2. Secondo chiostro o chiostro grande

meritò s. dom(enico) che dagl'angioli fusse provveduto pane et vino
che a lui et a' suoi frati era manchato

 
(scritta del cartiglio superiore)

Santi di Tito da Sansepolcro, Due angeli provvedono cibo ai frati (1582-84)
chiostro grande, 2a
lunetta lato nord in senso orario; affresco malandato, distaccato

 

Legenda sancti Dominici (1256 ca.) auctore Humberto de Romanis

De miraculo panum divinitus oblatorum.

Cum fratres predicatores apud locum sancti Sixti morarentur in urbe multamque necessariorum propter ordinem apud homines nondum notum frequenter paterentur inopiam, contigit die quadam, ut procurator fratrum, frater scilicet Iacobus de Melle Romanus, panem quem apponeret fratribus non haberet. Missi vero fratres pro elemosina, cum domos multas more solìto circuissent, panis vix modicum et valde modicum reportarunt.

Il miracolo dei pani.

Dimoravano a quel tempo in San Sisto di Roma i frati Predicatori. Non ancora molto conosciuti, erano molto poveri, spesso non avevano neppure il minimo necessario. Un giorno accadde che l'economo fra Iacopo del Miele, romano, non aveva pane da mettere a tavola per i frati. Furono inviati frati alla questua; bussarono a molte case, come al solito, ma riportarono in convento poco pane, anzi pochissimo.

Immìnente igitur refectionis hora ad servum Dei Dominicum, qui presens erat, procurator accessit, defectum exposuit. Ipse vero exultans spiritu, vultu alacri benedixit Deum et quasi quadam fiducia infusa sibi desuper confortatus, id modicum quod habebatur panis per partes dìvídi super mensam mandavit. Erant autem in conventu tunc temporis fratres circiter quadraginta. Facto itaque signo veniunt fratres ad refectorium, benedictionem mensa letis vocibus prosequuntur. Avvicinatosi il tempo della refezione, l'economo fa presente al servo di Dio Domenico, allora in casa, come stanno le cose. Gioioso e brioso, Domenico rende grazie al Signore; confortato da sovrannaturale fiducia, dà ordine di servire a tavola il poco pane a disposizione e spartirlo. Circa quaranta erano allora i frati in convento. Suona la campana, i frati vengono a refettorio, recitano la preghiera della mensa a voce gioiosa.
Dumque per ordinem residentes buccellam panis quam unusquisque coram se reperit cum gaudio frangerent, ecce duo iuvenes eiusdem habitus formeque consimilis refectorium intraverunt, palliorum sinus, que a collo pendebant, plenos panibus, quales ille pistor, qui mittebat, novit conficere, deferentes. Quibus in capite unius mense, iuxta quam vir Dei Dominicus residebat, silenter oblatis ita subito discesserunt, ut nullus unquam de cetero vel unde venerint scire potuerit vel quo postmodum divertissent. Illis vero predictis iuvenibus discedentibus, vir Dei Dominicus manu ad fratres circumquaque protensa: «Modo, inquit, fratres comedite». Siedono a tavola secondo ordine. Mentre spezzano sorridenti il bocconcino di pane ritoccato a testa, ecco due giovani entrare a refettorio, simili d'aspetto e simili di veste; portano, appese al collo, bisacce ripiene di pani, tali e quali a quelli che il fornaio usava cuocere e inviare. Depongono in silenzio i pani a capo d'un travolo della mensa, là dove sedeva l'uomo di Dio Domenico, e subito si ritirano. Nessuno ha mai saputo da dove venissero e dove andassero. Scomparsi i due giovani, san Domenico stende la mano e dice «Ora mangiate, frati miei!».
Quod autem hoc dìvinitus meritisque servi Dei Dominici fuerìt procuratum, nemo penitus dubitavit, sicut quamplures adhuc superstites ex illis qui tunc aderant fratribus attestantur (MOPH XVI, 402-03 § 43). Tutto accadde per benevolenza divina e meriti del servo di Dio Domenico; nessuno ne ha mai dubitato. Lo testimoniano ancora molti dei frati li presenti tuttora vitenti.

Iacopo da Varazze († 1298), Legenda aurea, volgarizzamento fiorentino (XIV sec.), ed. A. Levasti, rpt Firenze (Le Lettere) 2000, II, 74:

      Ne la stessa chiesa <di San Sisti> a Roma stando frati intorno a quaranta, fu trovato una volta che v'aveva poco pane, sì che san Domenico comandò che quello cotanto poco pane si dividesse e ponessesi in su la mensa; e mentre che catuno rompea il pezzuolo del pane con allegrezza, ed eccoti venire due giovani d'un abito e d'una simigliante forma, e entrati nel rifettorio con tovaglie a collo piene di pane, lo quale pane poi che l'ebbero offerto chetamente in capo de la mensa del servo di Dio san Domenico, sì subitamente si partirono, che non fu persona che potesse sapere da quindi innanzi né donde venissero, né dove n'andassero. Allora il santo padre Domenico, stendendo le mani, porgeva il pane a' frati da ogne parte, dicendo loro: «Or mangiate, frati miei».

la legenda del pane e del vino

Quando leggi testi di tal genere letterario (dalle antiche epopee agli odierni racconti di vicolo) non chiederti: "è vero o è falso? le cose accaddero veramente così come raccontate?"; quasi in positivistico controllo del riscontro fattuale. Chiediti invece: "che cosa significa?", "quali modelli comportamentali vuol proporti"?

La storia del pane procurato da sconosciuti, la racconta per prima la Legenda sancti Dominici (1244-46) di Costantino da Orvieto (MOPH XVI, 312-13 § 37). Umberto da Romans (MOPH XVI, 402-03 § 43) la riprende (1256 ca.) pressoché alla lettera, salve leggere contrazioni redazionali. La diffusissima Legenda aurea di Iacopo da Varazze († 1298) rilancia la versione di Umberto, contraendola fortemente.

Più commosso il racconto di suor Cecilia da Roma, intorno al 1288; e più carico di particolari generati da amorosa rilettura retrospettica: non solo pane, ma pane e vino; c'è il lettore di mensa, consuetudine monastica perpetuatasi nell'ordine domenicano; i due giovani sono bellissimi; non si limitano a deporre i pani in capo a una tavola ma passano a servire i singoli frati, cominciando dagli ultimi. Centrale ed esplicitato l'elemento del reciproco scambio del cibo tra chi non ne ha; il dono moltiplica pane e vino; più spartisci più moltiplichi. Miracula beati Dominici, ed. A. Walz, Die «Miracula beati Dominici» der Schwester Cäcilia, AFP 37 (1967) 25-27 § 3; in traduz. ital.: P. Lippini, San Domenico visto dai suoi contemporanei, Bologna 1998, 380-83.

I testi comunque che si trasmettono, e che alimentano la rappresentazione figurata, sono quelli di Umberto da Romans e di Iacopo da Varazze. Umberto diventa testo canonico introdotto nelle lezioni liturgiche e conventuali; sostituisce, ed elimina, le precedenti legende. Capitolo generale 1260: «fratres utantur legenda beati Dominici que inserta est in Lectionario, et alie deinceps non scribantur» (MOPH III, 105/29-30): usino, i frati, la legenda approvata e inserita nel libro liturgico Lezionario; le altre non le riproducano nemmeno!

Così il Lectionarium distribuisce la lettura della canonica Legenda sancti Dominici di Umberto (la cosa non risulta sufficientemente perspicua nell'edizione classica):

in festo = lectiones 1-6 (MOPH XVI, 370-74)
infra octavas = lectiones 7-24 (ib., 374-85)
in mensa = lectiones 25-60 (ib., 385-418)
in octavis = lectiones 61-70 (ib., 418-23)
in translatione = lectiones 1-9 (ib., 424-28)
residuum in mensa (ib., 428 ss)

dodici apostoli e dodici dei frati

E la raffigurazione pittorica?

(1450-55 ca., datazione Pope-Hennessy) Giovanni da Fiesole OP (Beato Angelico), o sua bottega, predella dell'Incoronazione della Vergine; oggi al Louvre, originariamente e fino a inizio Ottocento nel convento San Domenico di Fiesole; riproduzione in Varazze, Legenda aurea, volgarizzamento, rpt Firenze 2000, II, 72-73. Spazio ristretto; quattro frati alla destra e quattro alla sinistra del capotavola Domenico, oltre ai due angeli (così divenuti i due giovani ignoti). Raffigurato anche il lettore di mensa sul pulpito sopraelevato.

(1536) Giovanni Antonio Sogliani (1492-1544), affresco sulla parete a capo del refettorio del convento San Marco di Firenze (M. Scudieri, San Marco. Guida completa al museo e alla chiesa, Firenze 1995, 60-61). Perfettamente consumata la rilettura del pasto miracoloso di Domenico e suoi frati in controluce dell'Ultima Cena evangelica. Perché dodici sono i frati, sei alla destra e sei alla sinistra del capotavola Domenico (in tavolata unica ad U, quando anche suor Cecilia parlava di due distinti tavoli); gli utimi due (un converso e un novizio?) in piedi, servitori di mensa. Dodici sono gli apostoli; Giuda incluso, o sostituito da Mattia. E consumata la rilettura soprattutto perché il pasto dei frati prende il posto dell'Ultima Cena in refettorio reale. Non è "rappresento" il lettore di mensa, perché il refettorio è provvisto di reale leggio sopraelevato, incassato nella parete di destra. Crocifissione raffigurata nel registro sovrastastante la "cena dei frati".

(1582-84) Santi di Tito. «Angelos panem fratribus ad mensam afferentes pinxit Sanctes Titi aere consanguineorum fratris Antonini Berti Florentini, coenobii Sancti Marci filii, gynnasii huius conventus tunc regentis» (Biliotti, ASMN I.A.9, f. 66r A, c. 58, priorato 1581-84; cronista pressoché coevo). P. Assmann, Dominikanerheilige und der verbotene Savonarola: Die Freskoausstattung des Chiostro Grande im Kloster SMN in Florenz, Mainz-München 1997, 178-81.

Espropriazione? Appropriazione? No, esemplarità.

Preparata e sostenuta dalla spiccata spiritualità cristocentrica di Domenico da Caleruega. Imitatio Christi. Sue letture preferite, le lettere di san Paolo. E preparata dalla forte impronta dell'evangelismo medievale ritagliata sul ripristino e imitazione della vita apostolorum; esemplarità e predicazione evangelica definite sul modello degli apostoli.

«Partecipi della missione apostolica, vogliamo rivivere la vita degli apostoli secondo lo stile di san Domenico; fedeli nella professione dei consigli evangelici, ferventi nella preghiera liturgica specie eucaristica, assidui nello studio, perseveranti nell'austerità di vita conventuale» (Costituzioni domenicane, costituz. fondamentale § 1.IV).

Un cristocentrismo ispirato più alla comunione dell'eucaristia che alle piaghe della croce?

Perfino i testi giuridici preservano l'istanza simbolica dell'imitazione esemplare. Fin dalle primissime costituzione domenicane, si dispone che «citra numerum duodenarium» non esiste convento. Un convento domenicano formalmente costituito non si dà se i frati non sono almeno dodici. Come gli apostoli.