Umberto Vicaretti

La terra
irraggiungibile

PARTE SECONDA
Metamorphosis

g Metamorphosis

               a Ignazio Silone e alla Marsica, mia Terra

L'Utopia fu il seme

Ignazio

l'ostinato testamento

il sogno del riscatto conficcato

dentro ad aguzzi giorni

dote lasciata intrepida

chiusi orizzonti a vincere.

L'allodola scampata al cacciatore

vola nel vento e sa

che più della terra è il cielo

nido di libertà.

Così come lei tu indocile

fuggendo le imposture

Icaro inquieto

sempre cercasti un sole amico

più alti e azzurri cieli.

Eppure alla tua Itaca tornavi

estremo approdo

(Fucino acqua sparita

sassi di Fontamara

alpha retaggio simbolo

fonda della memoria).

Furono questi i luoghi

dove abitò mia madre

qui attraversò decisa

lacrime attese coraggio

Angelus albe tramonti

(A ve Mater

conservo tutti i tuoi rosari

e nel profondo le dolci tue parole

d'amore).

Ora che il fuoco è spento

giù nella piana dormono

Berardo Elvira e Luca

mio padre e Pietro Spina.

Sognano un chiaro mattino

un terso rosato orizzonte.

Sognano un sole rotondo

(bianchi cavalli scalpitano

l'oro straripa dai campi

pronta la falce e un canto).

Dormono e quieti sognano

il Cristo tornato

e l'esatto Discorso della Montagna.


g Al passo d'addio venne l'equinozio

                                                           a mio padre

Al passo d'addio venne l'equinozio

(obliqua e già ineguale declinava

la curva della luce verso l'erba...).

Quello fu l'ultimo settembre,

                                                    padre,

costretto il tempo ormai nella clessidra,

lo sciabordio tenace del silicio

a fendere radici di memorie.

Non fu certo la morte il tuo calvario,

ma il grano a crescere,

il pane da spezzare e le tue mani

arrese ormai al loto ed all'argilla

(noi cuccioli smarriti e la compagna

a tessere lacrime e ricordi).

Stagioni e lune intere inconsumate

poste a dimora anch'esse

nel vuoto dei domani a nascere

e nel vacuo rincorrersi del vento.

Noi fummo vivi solo nel dolore.

Eppure,

                adesso che chetato vivi

in un altrove chiaro e senza inganni

dove straniero è il dubbio

e ignoti sono il torto e la ragione,

torna ti prego come quando, a sera,

stremata sulla spalla anche la falce,

mi portavi la rude tenerezza

delle tue braccia grandi, immenso nido

dove scricciolo implume reclamavo

la mia dose d'amore e di carezze:

mi alzavi allora, piuma, verso il cielo

a tendere le mani incontro al sole.

lo quell'abbraccio più

non so scordare.

                                Padre,

regalami per questo, un'altra volta,

il brivido degli occhi tuoi felici

e il tuo sorriso, come il mio, fanciullo.


g Segretamente i giorni

                                               a mia madre

Segretamente i giorni

sfogliano memorie,

                                   madre.

Tenaci, riposte nostalgie

sostano alle porte,

sgrovigliano ricordi,

dissolte riannodano stagioni.

Scorrono certezze luminose,

soli splendenti, azzurri cieli.

Finito il tempo degl'inganni

e dei fatui arcobaleni,

madre dei sospiri,

ora alla notte invano grido,

di sogni creditore e di promesse.

Più non m'illude ormai

la malia delle sirene

né più mi confonde

la perfetta geometria del girasole.

Soltanto a questa trepida parete

arreso torno,

stremato dalla luce dei tuoi occhi

e dall'inconsumato tuo sorriso.

Madre dei silenzi e delle attese,

altre memorie diradano le nebbie,

scoprono il bambino che io fui,

confusa, dolce fibra naufragata

negli abbracci tuoi di seta.

Madre dei rosari e di dolcezze,

porto sicuro,

approdo a un altro Tempo,

segui, ti prego, l'ultima mia rotta,

ché spaurito alla deriva

più non si sperda il cuore.

Mi tenderai (lo so) le mani a sciogliere

la tacita promessa del commiato:

consumata la mia fetta di dolore,

per sempre a te riconsegnarmi.


g La rosa - sai - è insieme altera e mite

                                                             a Maria

Dal perso labirinto di memorie

lo sguardo mio, sorpreso, si è impigliato

distrattamente tra i capelli tuoi

(rammento che garrivano nel vento,

ora mansueti tessono l'argento).

Tu versi attenta l'acqua al filodendro,

lieve carezzi i trepidi germogli,

gentile sfogli i petali sfioriti

(la rosa - sai - è insieme altera e mite:

sa dominare e poi chinar la testa).

Forse una pena ti tormenta il cuore

se volgi intorno il pallido tuo viso

dolente come il cerchio della luna

(lo so che inquieta ascolti

lontane e vaghe voci).

Ora più non profumano le stanze,

muta è la casa, e sola.

Le rose che più amiamo

gemmano altrove, cara,

e certo le coltiva un giardiniere

con delicate e tenere cesoie.

Qui ormai la pioggia e il vento

(violini arcani, cembali tenaci,

per noi concerto postumo d'autunno)

già chiamano ai balconi.

Chiudi la tenda,

                            andiamo anima mia.

Tomo alla terra di smeraldo e luce,

splendente e ancora indenne dal dolore.

Io so come guarire le ferite

e come cancellare il filo d'ombra

che intride gli occhi e vela la tua fronte.

Torniamo ai nostri giorni senza tempo,

eterni come stelle noi bambini:

principe azzurro io, di te perduto,

superba tu, e rapita, mia regina!


g Lettera dal Parnaso

Ti scrivo, cara,

                           e voglio dirti che

non userò mai più,
per te, parole rozze e inflazionate:

sono un Poeta, ormai, sono redento,

sono il cantore aulico del mirto

e l'alabastro indora i miei pensieri,

imperla la mia luce.

Sono il clone consacrato, ormai,

del Vate e della Musa:

devo - capisci? devo! - volare alto,

mostrare il mio più nobile profilo!

Sono un Poeta laureato, ormai...

Basta, perciò, con le parole usuali,

con le espressioni insipide e slavate!

Tra quelle, la più stupida, lo sai,

un affronto al buon gusto e alla poesia,

è quell'osceno e insulso "amore mio",

formula che svilisce e che degrada

e che accomuna al volgo e alla plebaglia.

Occorre stile, austerità, contegno!

E poi tu lo sai bene:

ormai sono spiato,

chiosato-analizzato-interpretato!

Se solo mi azzardassi

ad evocarti in rima

e a dirti ingenuamente, che so io

mi amor - je t'aime - my love - amore mio,

sarei bersaglio facile dei critici.

Lo so perfettamente che direbbero:

che cedo alla retorica, enfatizzo,

che non s'addice al Vate quel parlare

(e poi a un uomo della mia statura!...).

Lo ammetto, è vero, è tutto sacrosanto!

D'ora in avanti, giuro,

per te io cercherò parole alate,

cieli ed altezze estreme

per i miei voli, per le mie scalate.

Ti esalterò come Giulietta e Laura,

come Euridice, Venere, Calipso.

Per te supererò (ma di gran lunga!...)

il Sommo che invocò Beatrice (Lei!...)

e quelli che cantarono, rapiti,

Annida, Silvia, Dulcinea, Didone.

lo suonerò per te violini e flauti,

cembali sconvolgenti e cornamuse.

D'ora in avanti (ho già deciso, cara!)

per te io cercherò solo diamanti,

parole arcane, nugoli di stelle.

Anzi, per dimostrarti il mio delirio,

comincerò da adesso a darci un taglio,

un taglio netto alle parole oscene,

a quelle che poc'anzi, a mo' d'esempio,

ho per l'ultima volta ripetuto.

L'ultima volta, dico e ribadisco,

giuro-spergiuro-affermo-sottoscrivo!

Perciò ti lascio, cara, e ti saluto

con un assaggio del mio nuovo idioma:

testardamente tuo...

                                        amore mio!


g Eppure noi credemmo nelle stelle

Tu le ricordi ancora, cara,

le corse tra i filari e i pampini

arrossati dolcemente al caldo

di quel sole buono dell'ottobre,

quando perfino il freddo era gentile

e non mordeva noi bambini,

se non per gioco sulle guance,

il cuore un soprassalto di tremori?

Era la terra, quella, del nostro arcano

viaggio incontro al giorno, pane croccante

di sorpresi incanti, di promesse

irrinunciabili di cielo.

I nostri piedi scalzi,

spuma di mare e d'inesauste corse,

avevano ali, fiori per tappeto,

leggero il passo, il fiato un vento breve.

Poi fu l'inverno, cara, un tramestio

di profanati sogni e di speranze,

pane indurito, amara rinascenza.

Eppure noi credemmo nelle stelle

e nell'antico rito della luna,

epifania di luce,

promessa sempre uguale e delirante.

Non so se vinto o perso fu l'azzardo:

so solo che tendemmo braccia al sole

coi rami nuovi accesi al nostro tronco,

fiori gentili, cantico e sirena,

rimescolata linfa che riannoda

stagioni e vite, raggrumato sangue

redento ai fiumi antichi delle vene.


g Da ignote lontanissime stazioni

Da ignote lontanissime stazioni

qui siamo giunti per arcane rotte,

atomizzate fibre di memoria,

anelito di linfa e canto, fiamma

nascosta che vagheggia ali di vento.

Fummo dispersi semi,

spenti nel buio poi rinati al sole,

germoglio grano nuvola gabbiano.

Noi siamo stati pula,

polvere di macina,

sepolti ancora e ancora rifioriti

al tempo e alle stagioni,

spuma di mare ed alga,

gridi calvari lacrime coraggio.

Noi fummo tutto questo

                                     ed altro ancora

siamo: precipitata luce, arreso

e muto abbraccio al vortice del tempo,

all'inesausto volgere dei cosmi.

Chissà se consumata, amore, è l'ora

ad altre vite e a questa,

noi rivissuti in sogno che scolora.

Ma non importa, cara,

perché malgrado il brivido e la neve

noi siamo stati la scintilla e il rogo,

acqua serena e fiume d'erba quieta.

E siamo questa vampa, questo fuoco

vivo, falò che ancora ancora brucia

e ancora incendia stelle nei tuoi occhi.


g Il prezzo da pagare

              a Mario Luzi [† 28.II.2005], in memoriam

Batte alle porte

delle città segrete

anche il Bisenzio

e il tempo si fa già

memoria.

L'ultimo tuo canto,

grido dolente

in forma gentile di mimosa,

è stato per le donne di Bagdad

(invano

             geme ancora

                                  Ipazia,

             il cuore

                          sparso tra le

pietre

            dissacrate

                              delle Chiese).

Amico lieve che ci lasci

scrigni di parole adamantine,

noi qui ancora in viaggio

verso i transiti nascosti,

anch'io ho grumi rappresi

di memorie e un tarlo:

se pena da scontare,

per ogni nuovo giorno,

sono gl'inesausti mostri

di questo aggrovigliato labirinto.

Se il prezzo da pagare
ad altra luce

è questo calice d'assenzio

noi crocifissi e vinti

a ogni altro Male.


g Le parole nascoste e sconosciute

                                  alle mie Muse

Le parole nascoste

e sconosciute

che amorevole l'Angelo

mi porge,

un'altra luce mostrano

alla resa:

si fanno diafane,

sbiancano in fretta. Così,

perduto il fascino

segreto e l'incantesimo del raggio

appena nato,

pongo a dimora anch'esse

nella teca

chiusa delle memorie.

Ma poi discrete tornano,

fuggite,

a guado nelle notti a fare chiaro

(preziosa scorta, scampoli di sole)

se un grido crocifigge

il gelsomino e lento

sfalda il cuore.

Redento alle chimere ed ai miraggi,

alla misura torno

della luce.


g Già avevi nelle tasche orari e mappe

                                                             a Enzo

Amico caro, amico mio che torni

leggero ai voli, ai freschi fontanili,

ora lo so perché ti affascinava

il sangue dei papaveri e la neve

e quanto ti bruciava la ferita

per ogni grido e fitta della terra.

Ora lo so perché,

                               segretamente,

già avevi nelle tasche orari e mappe

(partenza prenotata, viaggio breve,

salto di fuoco e sale

oltre i confini oscuri della notte).

Eppure a noi fu ignota quella fiamma

che consumava i giorni tuoi di pena,

confusa tra le strade calcinate

e l'acqua del canale che pareva

oceano immenso alle innocenti vele

salpate al vento delle nostre bocche.

Vorrei vederti salutare al largo

di quell'oceano indenne alle tempeste,

marinaio che torni vittorioso

sulla barca di carta che portava

i nostri sogni alle isole del sole

e poi vederti attraversare lieve

la sabbia che separa i nostri giorni,

per renderei l'abbraccio

negato alla partenza.

Vorrei sentirti urlare senza fiato

che non è sogno l'isola felice,

che non è polvere soltanto e vento

la nostra vita e il grano maturato

al sole e al grido delle nostre mani.


g Qui i fiumi legano la terra al mare

                                 ai ragazzi "in viaggio"

In viaggio verso mondi sconosciuti,

per lande dalle notti senza luna,

vanno i ragazzi con la febbre in cuore

là dove i soli sono stelle spente

senza più luce per vestire aurore

né fuochi per accendere tramonti.

Vanno i ragazzi senza più memorie,

perduti e arresi agli angeli del male,

in cerca d'incantesimi e miraggi.

Nell'anima una croce e un sortilegio

assenti gli occhi, un rantolo il respiro

(mai così amara fu terra promessa!).

Tornate, figli esausti, nelle case:

il pane qui è fragranza profumata

e i giorni sono perle inanellate

al filo d'ambra, seta che carezza.

Tornate, figli, all'iride dei campi:

qui l'erba prova a diventare grano,

qui i fiumi legano la terra al mare

con le anse dolci e i loro nastri azzurri,

qui insieme canteremo una canzone,

qui scorderemo i mostri e le chimere

volando dove più profondo è il cielo.

Tornate, figli, dentro ai nostri giorni,

tornate all'innocenza della terra.

Che voi possiate superare indenni

il buio della notte e altri confini.


g The Piano Man - o della perduta mente

Nel Kent,

dove il mare sfalda le memorie,

l'Uomo del Piano naufraga nel tempo

e lascia ad altre vite

uncini e croci.

Conserva solo ali,

alto volteggiando sopra

castelli e torri.

Nel Kent

segretamente il mare avvolge,

in urne inaccessibili e remote

fuochi sorrisi cicatrici.

Adesso il cuore più non duole

e alle parole manca il fiato

(in cerca d'Itaca e di sé, perfino Ulisse

seppe, come Nessuno, del dolcissimo

fiore e indescrivibile del loto).

Nel Kent l'Uomo del Piano

suo malgrado accende, smarrito

nel suo vestito nero,

un giallo tra le bianche scogliere.

Ora nel Kent l'Uomo del Piano,

come in sogno, tesse tele d'argento

(superstiti le mani impareggiabili)

a riannodare la sua vita

perduta, forse, in un falò d'amore.


g

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