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6. Chiose tardive e giunte d'autore

Non prendo in sistematica considerazione notabilia o marginalia tardivi; successivi alla composizione-trascrizione di Cr Ps, e pertanto impertinenti all'autenticità. I frati leggono la cronaca di casa come un libro di famiglia; taluni glossano il testo, talvolta integrano di loro iniziativa date croniche (f. 6v marg. sin., f. 25v entro il rigo a fine n° 180 Bartholomeus de Sancto Concordio, ecc.) o altre notizie (f. 8r marg. d.), disegnano manicule, annotano ora stupore ora dissenso ecc. Anche le elementari icone della tiara, disegnate ai bordi per segnalare dignità vescovile, sembrano tracciate da mani diverse, e dunque difficilmente attribuibili all'originale ornamentazione del codice (com'è invece il caso del caratteristico capolettera F di Frater, costante almeno nelle prime 38 carte). Da segnalare la mano cinquecentesca, corsiva umanistica, che affida ai marginalia reazioni molto personali, talvolta pungenti; di qualche interesse per chi volesse inseguire i combiamenti di gusto conventuale in fatto di modelli e linguaggio: Cr Ps n° 152 f. 21r marg. d., n° 168 f. 23r marg. d., n° 172 f. 23v in soprarrigo aggiunge de Cascina; ecc. In corrispondenza con «Frater Gaddus de Curtibus fuit magnus cantor… Omni anno aduch senex in nocte epiphanye evangelium cantare voluit, et sic cum illis Magis fuit Deo eius spiritus presentatus» (n° 152), annota: parva laus canere evangelium (f. 21r marg. d.; in sintonia con un commento dell'annalista riportato da Bonaini, Chronica 521 n. 209). Presenta affinità con la penna cinquecentesca che mette al riparo fasce di testo evanescente o compromesso all'estremità destra dello specchio scrittorio: ora ricalca (ff. 32r, 35r, 37r, 38r) ora ricopia al margine sinistro (ff. 39r, 40r).

Ma tra siffatti interventi marginali vanno ben individuati i numeri annuali del decesso, in cifre arabe, che mano A (dunque parti originali del testo) verga talvolta in evidenza fuori rigo della relativa biografia: ff. 18r (1318), 18v (1322, 1324) ecc.; la loro identità grafica, stabilita a confronto con i numerali disseminati da mano A nel testo, è facilmente discernibile dalle giunte numerali d'altre mani, di nessun valore in fatto d'autenticità.

Interventi vari, dispiegati sulle estremità delle carte, che andavano richiamati all'attenzione; perché lasciate indecifrate le stratificazioni scrittorie, si è trascinati a livellare valori ineguali o a sfocare i confini dell'autenticità. L'edizione ad esempio non ha sempre protetto l'originale da chiose successive. Il testo ed. Bonaini 400-01 «Quapropter, ego frater Dominicus de Peccioli, humilis scriptor hujus libri, sacrae Theologiae magister, nomina et facta…» carica indistintamente perle e zavorra. L'identificazione delle mani ristabilisce i valori: «Quapropter ego frater Dominicus de Peccioli, humilis sacre theologie magister, nomina et facta…» (f. 2r); dove Peccioli, humilis sacre theologie magister, in parte integrate a margine con richiamo, sono autografe di Domenico; mentre scriptor huius libri è inconfondibile marginale tardivo, secentesco; della stessa mano che poco dopo chiosa A quibus scriptor notanda hęc accepit (f. 2r marg. d.). E restituisce il peso dovuto a integrazioni di mano B, cioè autografe di Domenico da Peccioli, ora ignorate ora dismesse come "aggiunte d'altra mano". In calce a f. 4r, sotto l'attacco della biografia «Frater Proynus, filius domini Orlandini de Fabro, que nunc familia est extincta…» (n° 10), fuori e sotto lo specchio strittorio, mano B scrive, con inchiostro oggi alquanto sbiadito (controllato con lampada Wood):

Nota quod ego legi in antiquitate Anthianorum pisani comunis et ibi inveni cives de Fabro fuisse priores Anthianorum non paucis vicibus.

«Scrive Fra Domenico», riferisce Bonaini, Chronica 415 n. 15, che però non ha dibattuto il problema autore-copista; e altrove, per transenna come qui, rimette alla penna di Domenico quanto scritto da mano A! Tace il Barsotti. Annotazione aggiunta fuori campo scrittorio, a biografia trascritta; di mano del cronista Domenico. Che coltiva tenace proposito, quando caso e conoscenze lo consentano, nel tessere raccordi parentali dei frati col ceppo consortile e nell'abbozzare la tipologia sociale della famiglia; talvolta con tendenza a sopravvalutarne  -  si ha ragione di credere  -  ruolo cittadino e titoli "nobiliari". Tanto più importante, la confessata consultazione di fonti della storia politica pisana, se possiamo farne riscontro nel priorista: 

Chronica Antianorum civitatis Pisarum (1289-1409), ed. F. Bonaini, «Archivio storico italiano» I ser., 6/II (1845) 647, 649, 652: «Sigerius de Fabro» per il quartiere Foriporta 1289 lugl.-ag., 1291 lugl.-ag., 1294 nov.-dic. Ma non si dia per scontato il reale rapporto parentale sull'insufficiente denotazione toponimica «de Fabro». In «Archivio storico italiano» I ser., 6/II (1848-1889) Supplemento 2°, pp. 815-980: Famiglie pisane di Raffaello Roncioni supplite e annotate da F. Bonaini, per ordine alfabetico, solo A-F, il Bonaini fa uso frequente di Cr Ps.

Altrove:

Frater Andreas de Nichio de nobili Orlandorum parentela progenitus… de mense septembris emisit spiritum, ad gloriam heres [heres evanito e sotto macchia, lettura probabile con lampada Wood] felicitatis eterne, tanto fratrum et secularium gemitu atque ploratu ut non sufficeret / aliquis enarrare. Cuius gratia habet conventus pisanus copiosas et largissimas / elemosinas annuatim, unde eius memoria semper debet esse presens in mentibus nostris / atque pro eo et suis preces effundere omni cura tenemur / (n° 234 f. 32r)

su cui nulla annota ed. Bonaini 562; mentre per Barsotti, I manoscritti 372, le parole Cuius gratia… omni cura tenemur «sono aggiunte d'altra mano». Di fatto le ultime tre righe, di certo a partire da conventus pisanus fino a omni cura tenemur, in calce alla biografia e alla carta, sono state aggiunte di proprio pugno dal cronista Domenico; mentibus nostris, estreme parole del penultimo rigo, ricalcate dalla mano cinquecentesca. Andrea del Nicchio degli Orlandi era ancora in vita in settembre 1387 (MOPH XIX, 71 § 100 «fr. Andreae Nicchi»).

7. Note linguistiche

Separati autori e copisti, si è in grado anche di valutare le peculiarità di lingua e di scrittura. Solo qualche spunto. Anzitutto il copista A doveva esser dell'area linguistica pisana se accoglie o si lascia andare alla riduzione di r preconsonantico a l: «de Cornaçano vallis Selcli» (Cr Ps n° 2), «de valle Selcli» (Cr Ps n° 167).

Tacitamente restaurato in «Sercli» da ed. Bonaini. G. Folena, L da R preconsontico nel pisano antico, «Lingua nostra» 20 (1959) 5-7, che argomenta la tesi dalla testimonianza volgare del Colloquio spirituale di Simone da Cascina. Comunissimi i fenomeni affini o contrari entro la costellazione delle liquide. Due volte pauluum per paululum: Cr Ps n° 183 f. 26r12, n° 191 f. 27r12. L'esito «policretice manus» di Cr Ps n° 108 ha a ridosso "Policleto / Policleitus statuifex". In ASF, NA 8105, f. 80v (Pisa 6.VII.1362/1) «Nobilitatis et excellentie vestre plebentes [= prebentes] testimonium veritati»; 788, f. 174r-v (Pisa 9.III.1396) «all'autare» [= all'altare]. Cateline < Caterine, de Tibole < de Tibure, de Pecciori < de Peccioli, ecc.

Grafema costante di Domenico da Peccioli doveva essere aduch: di proprio pugno nella sottoscrizione al Liber privilegiorum f. 5v, e frequentemente in Cr Ps sotto entrambe le mani A e B. Il professionista della copia (mano A) mira talvolta a ripulire, adhuc n° 97 (f. 14v4) e n° 107 (ff. 15v1 e 16r13), se si lascia scappare un ipercorretto aduhc (n° 149 f. 20v16). Sonorizza regolarmente inquid (tributo alla più estesa sonorizzazione dei dialetti toscani occidentali? cf. A. Castellani, Nuovi testi fiorentini del Dugento, Firenze 1952, 48). Numerosi gli iperetimologismi o perturbamenti nelle aspirate, anche a petto di paralleli testi mediolatini: hore (= ore) n° 74, n° 229; orti (= horti) 249; perhennis (= perennis) n° 110 ecc. più volte; exalavit (= exhalavit) n° 116; trhonis (= thronis) n° 158; transvhexit (= transvexit) n° 177; honere (= onere) n° 235, n° 254. Tutti sotto mano A. Ma non variazioni di copista. Piuttosto irrisolte esitazioni grafiche d'autore, se leggiamo dalla penna di B: «Tandem audiens sermones Dei ab hore fr. Iohannis Dominici de Florentia…» (n° 266 f. 38v8). Irrisoluto, il vecchio Domenico, anche nel percorso a ritroso di fissare la latinizzazione dell'antroponimo volgare Provino: fr. Prouini (n° 7 f. 4r5), fr. Proynus (n° 10 f. 4r3°ult), fr. Prohyni (n° 24 f. 6v20), fr. Proynus (n° 252 f. 35r11): da una fragilità fonetica della labiodentale v intervocalica, sperimentata in lingua materna? del tipo Ceuli = Cevoli (pr. Pisa)? Impronte del volgare depositate sullo strumento latino.

Schiaffini, Testi fiorentini XLVIII: taula (= tavola) del toscano occidentale.Castellani, Nuovi testi fiorentini… II, 903a (Proino/Provino). Cristiani, Nobiltà e popolo 26 e nota 22 (Provinus/Proinus). ASF, NA 12394, I, ff. 165v-166v (Pisa 1.VII.1361/0) «Actum Pisis in secundo claustro ecclesie Sancte Katerine predicte presentibus fratribus Provino de Vico…». ASF, NA 8105, ff. 136v-137r (12.XI.1363/2) «fr. Provinus condam dni Iohannis dni Becti de Vico, frater ordinis Sancte Cataline de Pisis». «Frater Iacobus de Ceuli, que villa est in Valdicascina» (n° 184).

Domenico Cavalca, Vite dei Santi Padri [1330 ca.], ed. critica a c. di Carlo Delcorno, Firenze (Ed. del Galluzzo) 2009; in vol. I, pp. 273-310, importante "Nota linguistica", che elenca le caratteristiche del toscano occidentale, a distinzione dal prevalente fiorentino.

Costante al contrario il grafema che latinizza un antroponimo ad alta frequenza in area pisana, Raynerius, Raynuccius:

«Frater Raynuccius de Upeçighis» n° 231, anche dove ed. Bonaini 556 stampa Rainuccius. San Ranieri è patrono di Pisa. G. Zaccagnini, Ubaldesca, una santa laica nella Pisa dei secoli XII-XIII, Pisa 1995, 67-68. E. Salvatori, Il sistema antroponimico a Pisa tra XI e XIII secolo, «Mélanges de l'École française de Rome, Moyen Âge» 106 (1994) 487-507.

Nessun sospetto sulla scrittura geminata obbediens di A, n° 161, visto che ricompare sotto la mano di Domemico da Peccioli (n° 266) e Simone da Cascina (n° 271). Sovraffollati, nel lessico di Domenico, gli avverbi aduch e valde; quest'ultimo in funzione intensificativa d'aggettivo; in concordia con l'intenso impiego di superlativi, sia aggettivali che avverbiali. Non ignora vir, ma spalanca le porte alla controfigura volgare homo, in locuzioni quali «Frater Odimundus Mascha. Hic nobilis homo fuit de domo illa Maschorum…» (n° 26), «Frater Raynerius Longus de Peccis, civibus antiquis. Homo fuit magni valoris» (n° 61), «Frater Fredericus Sardus, optimus homo et licteratus» (n° 122).

Domemico da Peccioli «intravit ordinem solepnis gramaticus» (n° 273). Che a sua volta tesse l'elogio di Bartolomeo da San Concordio († 1346) per la «peritia et copia componendi», autore di trattati «de arte metrica super Pandere proposui et de arte ortogrofya [sic] scribendi» (n° 180).

Pandere proposui è incipit del Doctrinale (1199) parte III (ars metrica) d'Alessandro da Villedieu (ed. D. Reichling, Berlin 1893). Cf. J.J. Murphy, La retorica nel Medioevo, Napoli 1983, 167-72.

Spigoliamo allora con bonumore nella tradizione grammaticale di casa.

Leggi, ora (febbr. 2006), integralmente:

Bartolomeo da San Concordio OP († 1346):

De dictionibus proferendis sive de accentu

De dictionibus scribendis sive de ortographya


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