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Riforma della famiglia
nei paesi musulmani del maghreb
,

«Vita sociale» 30 (1973) 329-48 (69-88).

 

Premessa

M. BORRMANS, Statut personnel et famille au Maghreb de 1940 à nos jours, Univ. de Lille, 1972.

I

Il matrimonio musulmano secondo la Legge religiosa (sharî'a)

1 Il contratto matrimoniale
2 Impedimenti al matrimonio
3 Effetti del matrimonio
4 Dissoluzione del vincolo matrimoniale
5 Filiazione
II

Fermenti di riforma nei paesi arabo-musulmani prima dell'indipendenza

  minoranze religiose
  voci di riformatori
  rivoluzione turca (1920-22) e Codice di diritto familiare (1925)
  caso "al-Tâhir al-Haddâd" (Tunisi 1930)
III

I nuovi Codici di diritto familiare del Marocco (1958) e Tunisia (1957)

1

Impedimenti al matrimonio

2

Età e consenso

3 Dote
4 Effetti del matrimonio
5

Scioglimento del matrimonio

 

Note conclusive

 ë

<Premessa>

Proprio alla vigilia del suo sfacelo, l'impero ottomano codificava la legislazione musulmana sulla famiglia con un decreto del 22 ottobre 1917. Vi si riproponeva, immutato nelle sue grandi linee, il diritto musulmano tradizionale in fatto di matrimonio e di famiglia. Ma non è questo che c'interessa. Il decreto ebbe vita breve, anzi brevissima. La rivoluzione kemalista e la proclamazione della repubblica turca si abbatterono come un ciclone sul vecchio tronco ottomano. Il decreto fu abolito due anni dopo.

Similmente la sopressione del sultanato e del califfato (1922, 1924) compirono l'opera di laicizzazione dell'ex-impero-califfato d'Istanbul. Nell'ottobre 1925 entrò in vigore il nuovo Codice civile turco, d'ispirazione laica e ricalcato sul codice svizzero. Di colpo, con la furia d'una rivoluzione montante e la tempestività d'un militarismo di casa, il diritto familiare della Legge religiosa musulmana (sharî'a) veniva in Turchia spazzato via e sostituito con uno di marca occidentale. Per tutti i credenti musulmani, anche di altri paesi, questo significò una dolorosa rottura e all'interno di una coscienza di fede e nel tessuto socio-familiare che secoli di legislazione islamica avevano modellato.

Ma il «caso Turchia» - interessante e sorprendente quanto possa essere - è rimasto unico nell'Islàm contemporaneo. Non solo perché forze d'inerzia e di conservazione di svariate matrici impongono un ritmo più lento alla trasformazione dei paesi musulmani, ma anzitutto perché altrove il confronto «Islàm-mondo moderno» si è venuto maturando nel corso di decenni, attraverso contatti con l'occidente prima, guerre di liberazione poi e faticosa ricostruzione di stati indipendenti alla fine della seconda guerra mondiale. Inoltre precedenti maturazioni di generale rinnovamento (Nahda, rinascimento musulmano) avevano creato le condizioni per una riaffermazione della fede musulmana attraverso la dialettica del ripensamento e della purificazione piuttosto che attraverso l'alternativa brutale «o Islàm o progresso ». Così negli anni che seguirono la crisi del colonialismo e la rinascita religiosa e nazionale dei paesi arabo-musulmani, l'Islàm si trovò a operare un profondo ripensamento dei propri valori, ed in specie delle concretizzazioni storiche di essi, nel tentativo di ristabilire la propria credibilità in un mondo nuovo; in un mondo in cui gli stessi musulmani non sembravano potessero sentirsi a loro agio se non a prezzo di compromessi di coscienza. Ora poi più che mai, chiamati come erano a farsi arbitri del proprio destino.

Tra i molti e formidabili problemi che i musulmani dovettero affrontare all'indomani dell'indipendenza, non ultimo fu quello della legislazione familiare nel nuovo assetto di stati nazionali e sovrani. I conflitti erano molti: quello di fede, di conciliare cioè la fedeltà alla Legge (sharî'a) così come consegnata nel Corano e nella Tradizione (sunna) e ritenuta definitiva rivelazione divina; l'adattamento ad un mondo moderno le cui sollecitazioni facevano risaltare ancor più la refrattarietà di un arcaico modello familiare. C'era il conflitto istituzionale interno ai singoli stati, che se da una parte tentavano di realizzare forme nuove di società basate sulla nazione più che sulla religione, trovavano le masse popolari indisposte ad accettare una deconfessionalizzazione del diritto, proprio là dove strutture semitribali, patriarcali e mascolinizzate esercitavano una potente forza di trazione a favore dello status quo. Né è da sorvolare la suscettibilità del musulmano all'opinione che l'occidentale s'è fatta - con alquanto fariseismo e molta ignoranza - della società musulmana. Ed è ben noto quanto noi occidentali (leggi "cristiani", per il musulmano) sappiamo mettere a dura prova il nostro perbenismo se c'è da mostrare «sdegno» per la situazione della donna nel mondo musulmano, «collera» per l'ottusa gelosia del maschio arabo, incontenibili «rossori» all'udire delle licenziosità del marito dalle quattro mogli... L'apologetica musulmana contemporanea accetta di buon grado codesta angolatura polemica e non dura fatica a costruirsi suggestive argomentazioni consolatorie sulle pecche dei «cristianoccidentali». La donna ha tutt'altro che gli stessi diritti degli uomini nelle Chiese cristiane - si controbatte ad hominem: la Svizzera ha concesso solo di recente il diritto di voto alle donne; le libertà prematrimoniali e le nascite illegittime non sono che lo scotto da pagare ad una falsa libertà; l'infedeltà coniugale dilagante nei paesi occidentali non è che una pratica poligamica al riparo dell'ipocrisia della monogamia; la pubblica licenziosità - spettacoli, film, stampa - è sconosciuta nei paesi musulmani, eccetera eccetera.

Il fatto è che tale confrontazione non giova né all'uno né all'altro dei contendenti se ambedue vogliono aprirsi ad una fase della storia dell'uomo che, abbattendo barriere, preme per una coscienza soprannazionale e sopraconfessionale di cittadini di uno stesso mondo. E vale la pena annotare che la valutazione d'un sistema di valori fatta sul metro d'un altro sistema rischia il «falso» culturale, sia perché l'assolutizzazione del confronto sottrae i valori alla loro direzionalità storica, sia perché i valori, specie se etico-religiosi, non possono esser colti se non nei loro rapporti sincronici e interni al sistema stesso. Registrare con onestà storica l'evoluzione d'un sistema di valori etico-religiosi, rispettando l'autonomia e la dinamica propria, fare un tentativo di cogliere il dramma che si svolge nelle coscienze di chi dall'interno vive i conflitti, le lacerazioni, le crisi del medesimo sistema, è l'unico modo per assicurarsi la comprensione d'un vasto fenomeno culturale che sta investendo l'Islàm contemporaneo. Ci si assicura inoltre la simpatia di chi, se pur dall'altra sponda, è chiamato a costruire con noi un mondo riguadagnato ai comuni valori dell'uomo.

La legislazione islamica matrimoniale a confronto con la mentalità moderna è il «luogo» privilegiato dove esplodono con urgenza, e spesso con esasperazione, forze di varia composizione e di opposte trazioni. Rappresenta, tipicamente, la fase critica dell'evoluzione d'una cultura; nel nostro caso, anzi, di una fede che, se pur costituzionalmente rivolta al passato, tenta di confrontarsi con un mondo che si foggia su modelli del futuro.

P. MAURICE BORRMANS, in un recente lavoro sull'evoluzione del codice familiare dei paesi maghrebini, ha dato un saggio eccellente sia d'oggettività in materia tanto delicata che d'attitudine simpatetica nel seguire i tentativi di riforma giuridica come i conflitti di coscienza ad essa connessi. Tenterò qui d'offrire una sintesi dell'opera del Borrmans selezionando temi e tempi dell'evoluzione giuridica della famiglia musulmana del Maghreb, non potendo seguire l'A. in tutte le fittissime settecento pagine del suo libro. Per il medesimo motivo riterrò soltanto il Marocco e la Tunisia come punti di raffronto (ad esclusione dell'altro paese maghrebino, l'Algeria) perché più tipici dell'evoluzione del diritto familiare dall'indipendenza ad oggi (*).

MAURICE BORRMANS è prete della Congregazione dei Padri Bianchi e islamologo di chiara fama. E' vissuto per molti anni nel nord-Africa. Attualmente [= 1973!] è professore di arabo e diritto musulmano all'Institut Pontifical d'Études Arabes (IPEA), Roma (dal 1979 divenuto PISAI = Pontificio Istituto di Studi Arabi e d'Islamistica).
L'opera porta il titolo: Statut personnel et famille au Maghreb de 1940 à nos jours, Univ. de Lille, 1972. E' stata presentata come tesi di laurea alla università di Parigi nel marzo 1971. In attesa di pubblicazione per stampa, il lavoro è stato riprodotto anastaticamente su testo ciclostilato a cura dell'Università di Lille.

Nel corso dell'articolo le indicazioni tra parentesi delle pagine, qualora non vi siano altri riferimenti bibliografici, rimandano a Statut personnel. La traslitterazione dall'arabo è stata, per motivi tipografici, leggermente semplificata nelle notazioni diacritiche. Per la bibliografia e la vastissima documentazione si rimanda il lettore all'opera in esame.


maghrib ﻣﻐﺭﺏ , gharb  ﻏﺭoccidente, in arabo, dalla radice gharaba (coricarsi, tramontare); al-maghrib = paesi musulmani dell'area occidentale, nordafricani (ha lasciato tracce in Europa, per esempio Algarve regione del Portogallo meridionale, e perfino in Firenze: Via del Garbo, poi ridenominata Via Condotta: vi si trattavano "panni di lana del Garbo", di alta qualità, provenienti dal gharb africano o iberico: A. Castellani, Nuovi testi fiorentini del Dugento, Firenze 1952, 877).

polarmente opposto gli è mashriq = oriente.


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