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Presentazione

di

«Memorie
domenicane» 13 (1982) V-XII

 

 

Libro e immagine

  # arma nostre militie

  # memoria di famiglia

  # lo scritto al chierico, al laico l’immagine

  # simplices oportet erudire per aliqua sensibilia signa

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Libro e immagine,

«Memorie domenicane» 13 (1982) V-XII.

1. Il libro, «arma della nostre battaglie».

«Arma nostre militie», si dice dei libri nel capitolo provinciale di Firenze 1257; e se ne proibisce severamente la vendita fuori dell’ordine (MOPH XX, 21/7-14). La metafora è cavalleresca. Ma la legislazione che capitoli generali e provinciali dell’ordine domenicano elaborano sul libro conventuale non concede spazio alla simbologia sacrale del libro. Gl’interventi ricorrono con frequenza, quasi di rincalzo all’onnipresente ansia per la vita intellettuale dei frati (dall’organizzazione del curriculum degli studi alle assegnazioni dei lettori). Ma la coscienza del libro è acquisita fin dal primo secolo di vita dell’ordine e non tradisce varietà tematiche di rilievo. I molteplici testi legislativi, amministrativi e disciplinari se rivelano il libro quale “problema quotidiano” del frate Predicatore, dall’altra risultano monocordi, finanche tediosi, quando proclamano e ribadiscono la funzione essenziale, ma dopotutto elementare, del libro: il suo uso. Il libro come semplice strumento di apprendimento e trasmissione del sapere.

A dire il vero, l’ideologia sacrale del libro - il libro “sacro” e perfino taumaturgico, oggetto di culto più che mezzo di conoscenza, ostensorio più che strumento - sviluppatasi rapidamente in Europa con le invasioni barbariche e protrattasi fin nel periodo carolingio, si era dissolta nel XII e XIII secolo, quando una nuova organizzazione e trasmissione del sapere pubblico aveva lanciato il mercato librario, specie a ridosso delle università nascenti (cf. AA.VV., Libri e lettori nel medioevo, Bari 1977). Ma non tutte le remore erano cadute contro il “libro strumento del sapere”. Taluni fervori di rinnovamento evangelico, che animarono e angustiarono la chiesa tardomedievale con la riproposta della regula evangelii e della forma apostolorum, rivendicarono una povertà che restaurasse - tra i titoli esemplari del predicatore del vangelo - anche quello dei primi apostoli «idiotae et illitterati». Evangelismo candido e patetico, di fronte a un mondo nuovo e complesso che veniva organizzandosi in Europa tra XII e XIII secolo. La novità strutturale e culturale della società doveva esser letta e interpretata perché l’atto d’evangelizzazione potesse aver senso e frutto. La legge dell’incarnazione - che detta la legge dell’evangelizzazione - persuadeva la dialettica della conversione e dell’assunzione nel medesimo tempo. Sappiamo la lezione d’un Rolando da Cremona, d’un Roberto da Kilwardby, d’un Alberto Magno, d’un Tommaso d’Aquino. Ma lo stesso Domenico da Caleruega aveva collocato la propria esperienza religiosa tra due estremi altamente significativi: predicazione del vangelo ai catari del Mezzogiorno di Francia e università parigina.

Il libro, dunque, strumento di conoscenza s’inseriva nella comunità evangelica domenicana senza traumi di sorta, quasi come un dato naturale e consustanziale alla vita apostolica e intellettuale di Domenico e dei suoi discepoli. I capitoli generali e provinciali - come si diceva - ne disciplinano la funzione pubblica:

a) priori provinciali e conventuali devono provvedere studenti e lettori dei libri necessari;

b) il libro è proprietà comune del convento benché sia concesso, talvolta vita natural durante, a uso del frate Predicatore;

c) non si vendano libri fuori dell’ordine senza speciale permesso del provinciale;

d) nessun frate osi far commercio di libri a scopo di lucro.

■ Cf. W.A. Hinnebusch, The history of the dominican order, II. Intellectual and cultural life to 1500, New York 1973, c. 7: Books and libraries in the dominican order, pp. 191-230, con numerosi rimandi alla legislazione dell’ordine.

Il fondo libri di provincia, § ordinatio de meliori libro.

Il censimento d’un fondo librario conventuale quale quello di Santa Maria Novella in Firenze - intrapreso da Gabriella Pomaro in «Memorie domenicane» 11 (1980) e portato a termine in questo volume - permette di cogliere la realtà dei fatti, al di là dunque dello stato di diritto espresso da atti legislativi. Restiamo al solo aspetto della “coscienza del libro” d’una comunità domenicana. Le minute descrizioni codicologiche della Pomaro confermano straordinariamente la funzione d’uso, direi strumentale, del libro. La sua misura, impaginazione, scrittura, gli ausili alla consultazione a fine codice, mirano alla funzionalità dello strumento di lavoro. Scarno ed essenziale, scevro da vistosi elementi decorativi, il libro è messo nella libreria conventuale (armarium) «ad utilitatem legentium» - come dicono a sazietà le numerosissime note di possesso. Finanche il ductus degli amanuensi è piegato alla funzionalità del libro, puro trasmettitore di sapere. «Admonemus fratres, qui amodo facient scribi biblias vel aliqua scripta, quod faciant scribi de litera bene legibili ut magis cedant in communem fratrum utilitatem», ordinava il capitolo generale di Tolosa 1258 (MOPH III, 92/9-11).

■ Integra con Letizia Pellegrini, I manoscritti dei Predicatori. I domenicani dell’Italia mediana e i codici della loro predicazione (secc. XIII-XV), Roma (Istituto Storico Domenicano) 1999, 273-422.

La relativa rarità e l’alto costo del libro medievale a confronto con altri beni di mercato (cf. C. Bozzolo - E. Ornato, Pour une histoire du livre manuscrit au moyen âge, Paris 1980, cc. II-III) doveva sollecitare nell’intellettuale domenicano una ricerca del libro non immune da avidità. Molti codici portano lunghe catene di note di possesso a significare il passamano d’un oggetto prezioso e ricercato. La proprietà è del convento, l’uso del frate. Ma dopo il ’300 si aprono delle brecce, propiziate del resto - almeno nella provincia Romana - dalla riconfermata volontà legislativa di permettere pecùli personali solo allo scopo d’acquistare libri (MOPH XX, 3, 17, 33, 45; vedi anche III, 154). Il capitolo generale Bologna 1262 aveva perfino proposto una modifica alle costituzioni: «In capitulo de noviciis, ubi dicitur “eorum disposicioni relinquendo”, addatur: nulli vero fratri detur licencia de conservanda pecunia pro se nisi pro libris seu scriptis, nec sic receptam in alios usus expendendi» (MOPH III, 115/22-25); incoatio legislativa che non trovò approbatio e confirmatio nei capitoli successivi perché potesse divenire testo costituzionale. Bisogna attendere il Trecento inoltrato perché un'altra incoatio additiva nel medesimo luogo abbia successo, e diventi testo delle costituzioni I, 14 De noviciis et eorum instructione, Lectio "Item confessiones":

«Quicumque vero frater pecuniam vel alia quecumque receperit vel habuerit vel expenderit vel dispensaverit vel dispensari fecerit, reddat singulis annis suis maioribus racionem semel vel pluries si fuerit requisitus, videlicet magister ordinis diffinitoribus capituli generalis, prior provincialis diffinitoribus capituli provincialis, prior conventualis priori provinciali vel visitatori, et ceteri fratres priori conventuali».

Stando così le cose, mi sembra improbabile ogni tentativo che volesse interpretare benevolmente note di possesso che nel contenuto e nella forma implicano vere e proprie compravendite di libri tra frati del convento. Il cod. BNF, Conv. soppr. A 3.1153, contenente questioni e quodlibeti di Bernardo da Trilia OP († 1292) e l’In I Sententiarum di Giovanni da Parigi OP († 1306), porta la nota seguente:

«Iste liber est fratris Petri de Stroççis ordinis fratrum Predicatorum de conventu florentino, quem emit; constitit florenis tribus; valebat florenus libras tres, soldos quinque. Emi a magistro Remigio, presente fratre Guidone Palvi et Philippo de Puppio» (Pomaro, Censimento I, 344).

Fra Pietro d’Ubertino degli Strozzi († 1362) e fra Remigio dei Girolami († 1319): due onorevolissimi frati del convento fiorentino. Il tenore della nota non tradisce rossori di sorta, e comporta tutti gl’ingredienti d’una vera compravendita: testimoni fra Guido di Salvo (se «Palvi» va corretto in «Salvi») e fra Filippo da Poppi; prezzo del codice fiorini 3, quando il fiorino valeva, in moneta argentea, lire 3 e soldi 5 (= 65 soldi). Pietro degli Strozzi era entrato in religione nel 1306. La parità tra fiorino e lira (quest’ultima perdeva gradualmente terreno rispetto alla moneta aurea) rimanda al secondo decennio del Trecento; fra Remigio morì nel 1319. (Vedi casi simili in codd. Bibl. Laurenz. 462, 612, 614: Pomaro, Censimento I, 449, 462, 463).

Ho accennato ai richiami dell’ordine che dissuadono i frati dal praticar mercatura coi libri. Solo qualche testo tra i numerosissimi.

«Ne biblia fratri a fratre vendatur carius quam emerit, et idem de aliis scriptis servetur» 1234 (MOPH III, 5/12-13). «Quod frater fratri librum non vendat carius quam sibi constitit» 1263 (III, 120/30-31). E il capitolo provinciale di Perugia 1249: «Item [inhibemus] quod nullus faciat scribi libros vel emat causa vendendi, et quod nullus vendat libros extra ordinem sine voluntate provincialis» (MOPH XX, 10).

Ma come Tommaso d’Aquino aveva rivendicato congrua retribuzione all’insegnamento delle arti liberali al pari di quelle meccaniche (cf. Contra impugantes c. 7, 723-34; Quodlibet VII, a. 17) quando ormai l’accesso al sistema scolastico evolveva in impiego professionale nella nuova società mercantile, così un discepolo fiorentino di Tommaso, fra Remigio dei Girolami, spingerà secolarizzazione dell’istruzione pubblica e desacralizzazione del libro al massimo che la società fiorentina sollecitava, e sopportava. Per conseguire beni intellettuali - mediati dal libro e dall’insegnamento - è necessario danaro: «Item per pecuniam habentur intellectualia, quia per eam inveniuntur libri ad vendendum et magistri ad conducendum artium et scientiarum» (BNF, Conv. soppr. D 1.937, f. 303vb). Così, se mercatura in senso stretto significa compravendita d’un bene senza trasformazione dell’oggetto di transazione, mercatura in senso lato significa incorporazione di nuovo valore tramite trasformazione della materia prima. L’artigianato (artificium) induce trasformazione e incorpora valore economico nel manufatto. La mercatura in senso proprio è illecita al religioso, non l’artigianato. Non a caso è il libro che presta esempio all’argomento.

«<Negotiatio> accipitur proprie puta cum emitur vilius ut vendatur carius non mutata forma; et sic negotiatio est peccatum mortale omni religioso et etiam omni clerico (…). Si autem religiosus vel clericus emat librum vel aliud vilius ea intentione ut ipsum non mutatum carius vendat, mortaliter peccare videtur.

<Negotiatio accipitur> large, puta quando mutatur forma rei vilius empte quam vendatur, puta quia emuntur carte et venditur liber quem scribit, emuntur vinci et venditur sportula; tunc enim potius dicendum est artificium quam negotiatio, quia denominatio fit a forma que quidem per artificium introducta est. Et sic licet quibuscumque religiosis negotiari, servatis aliis debitis circumstantiis» (Quodlibet II, a. 14).

Santa Maria Novella ebbe il suo scriptorium. E i suoi scriptores (così erano detti gli artigiani della copia, e a scriptor scriptores dovrà puntar l'ochio chi voglia censirli nelle cronice fratrum). Il lavoro dei frati amanuensi non soltanto provvedeva il convento domenicano dei libri, di cui i frati Predicatori avevano irrinunciabilmente bisogno, ma procurava altri beni col ricavato della vendita di libri. La povertà si faceva lavoro, benché non disdegnasse l’elemosina. Tra dicembre 1318 e febbraio 1319 il convento fiorentino vendette libri conventuali per sostenere le spese di costruzione d’una casa e scuola - adibite a uso pubblico - nelle adiacenze del convento:

«Unde ego considerans nostrum et etiam comunis bonum et necessitatem, incoavi quandam domum in porta et hucusque perduxi cum venditione librorum nostrorum, super qua adhuc sum» (sermone V ai priori cittadini Precurre prior).

I frati perugini vendettero libri per far la campana:

«Ad nostrum vero conventum singularem habuit affectum, nam de libris et rebus sibi appropriatis de nostri prioris licentia venditis, pecuniam scilicet libras CCC dedit pro subsidio nostre ca<m>pane conventus fiende» (Cr Pg f. 47v).

Resta che una ricca biblioteca è motivo di gioia, perfino d’orgoglio, per un convento domenicano. A fine lista dei numerosi codici che fra Provino, per generosità del babbo messer Orlandino da Fabbro, lascia al convento domenicano di Pisa, il cronista scrive: «Lege lector quantum huic reverendissime memorie nostra successio obligetur ut tunc iste conventus esset totot librorum voluminibus premunitus quotquot(?) nec alii armaria librorum habere potuissent» (Cr Ps f. 5v; cf. ed. F. Bonaini, «Archivio storico italiano» I ser., tomo 6, parte II (1845) 451).

La biblioteca dei frati Minori di Santa Croce poteva competere, per ricchezza e qualità del fondo, con quella sorella di SMN. Benché il libro come strumento d’evangelizzazione culturale incontrò più conflittuali vicende nell’evangelismo di Francesco d’Assisi e nella trasformazione storica dell’ordine dei Minori. Ma convergenze spirituali e affinità di clima cittadino spingono talvolta a esiti non dissimili. Una nota trecentesca in cod. Laurenz., Plut. XIX dext. 7 di Santa Croce documenta una transazione tra i frati Dionigi e Nicola da Todi: il primo prende a prestito dal secondo tre fiorini «pro debito usurario quo incumbebam eidem pro campana fienda» e impegna il codice in sicurtà (cf. Ch.T. Davis, Early collection of books of S. Croce, «Proceedings of the American Philosophical Society» 107 (1963) 413b). Un’altra nota trecentesca in BNF, Conv. soppr. A 5.119 (S. Croce) registra l’atto di vendita del libro tra due frati per il prezzo di fiorini 8; data e nomi sono erasi (Davis, ib. p. 413b).

Ma in entrambi i conventi il libro raggiunge più spesso la funzione di simbolo d’una memoria di famiglia, memoria preziosa e custodita, che serba le tracce di un’eredità viva perché trasmessa. Lo testimoniano i casi, di gran lunga più frequenti, di codici con più note d’uso: «ad usum fratris...». Lo testimonia mirabilmente un codice di Santa Croce, dove la «longa memoria» del bene di famiglia si prolunga - e non poteva essere altrimenti - all’amoroso stupore di riandare le tracce del proprio passato: «homo gaudet scire preterita». Si tratta d’una nota insolitamente lunga che fra Bernardo dei Riccomanni verga su BNF, Conv. soppr. D 5.220 (S. Croce) contenente l’In IV Sententiarum di san Bonaventura. Merita d’esser riportata per intero:

Quam male fratres faciunt destruentes titulos sive memorias scriptas in libris. Possunt enim addere suum ius sine destructione prioris. Et sic conservatur longa memoria superiorum sive antecedentium sine dampno succedentium. Et homo gaudet scire preterita. Ecce modo superiorem titulum nequeo legere et ex hoc doleo. Nunc autem ego frater Bernardus de Ricchomannis de Florentia rogo cunctos mihi succedentes habituros usum huius libri, scilicet quarti Bonaventure, ne hunc titulum deleant. Addant suum titulum, si voluerint, sine deletione presentis. Et sciant succedentes quod hic liber fuit fratris Boni de Lignaria, qui diu demoratus fuit Barbarini et tenuit hunc librum multo tempore et emit satis care, sicut aliqualiter potest legi superius in titulo raso. Postmodum predictus frater Bonus de Lignaria defunctus est Barbarini anno Domini mcccxxxii in octava sancti Laurentii. Et postmodum custos qui tunc erat custos florentinus, scilicet frater Michael Corda de Aretio, concessit mihi fratri Bernardo de Ricchomannis hunc librum, assignanti sibi pro eodem pro debitis custodie unum aureum.

Hanc memoriam precedentem prolixam scripsi ego frater Bernardus predictus anno Domini mccc36 quarto kalendas decembris, in loco de Barbarino, tempore ministri fratris Petri de Aquila, dum esset custos florentinus frater Bartolus de Ruota et cum esset guardianus Barbarini frater Nicholaus de Sancto Donato et cum esset guardianus florentinus frater Paulus de Massa, summus pontifex Benedictus [= 1334-42]. Hunc librum intendo assignare loco Barbarini, ut ubi diu stetit inde nunquam amoveatur, ita cum ego demorarer in predicto loco anno Domini mcccv, existente ibidem predicto fratre Bono, tunc habebat iam hunc librum. Et sic sunt hodie ad imum triginta et unus annus quod hic liber fuit in dicto loco, licet aliquibus annis prius ibidem eum tenuerit (Davis, ib. pp. 408-09).

Nella medesima biblioteca il medesimo libro è frequentato da generazioni di frati. Il convento prende coscienza del tempo. E prende coscienza di sé. La consuetudine genera memoria storica, che qui è consapevolezza della propria continuità.

All’occorrenza il libro conventuale documenta rotture culturali all’interno della tradizione di famiglia. BNF, Conv. soppr. C 8.1173 (SMN) contiene nei ff. 56-119 un Liber de miraculis beate Virginis Marie da cui insigni predicatori - un Remigio dei Girolami e un Giordano da Pisa - attingono gli exempla mariani. Remigio non mostra titubanza alcuna a utilizzare nella predicazione anche l’«exemplum 17m de conceptione beate Virginis» (BNF, Conv. soppr. D 1.937, f. 279v, mg. inf.). In pieno Quattrocento l’exemplum 17m, scritto a ff. 69v-70v di cod. C 8.1173, viene eraso a fondo; soltanto le prime righe sono leggibili col soccorso della lampada al quarzo: «Incipit. Tempore illo quo divine placuit pietati Anglorum gentem...» (f. 69v). L’anonimo frate quattrocentesco annota in margine con sorprendente severità: «Ideo cassata est quia omnino falsa et fidei contraria» (f. 70r, mg. dest.) e «Iste fuit diabolus qui confixit hoc mendacium» (f. 70v, mg. sin.).

Il diavolo insidiava i frati fin nella biblioteca conventuale.

2. L’immagine. «Quod est clerico littera, hoc est laico pictura».

Nel luglio 599 Gregorio Magno scrive a Sereno vescovo di Marsiglia; costui, perché i fedeli non adorassero le immagini sacre, aveva fatto distruggere le pitture della chiesa. Il papa approva l’intenzione ma biasima il gesto.

Idcirco enim pictura in ecclesiis adhibetur ut hi qui litteras nesciunt saltem in parietibus videndo legant que legere in codicibus non valent. Tua ergo fraternitas et illas servare et ab earum adoratu populum probibere debuit, quatenus et litterarum nescii baberent unde scientiam historiae colligerent et populus in picturae adoratione minime peccaret (Ep. IX, 105: PL 77, 1027-1028).

Nelle chiese si fa uso delle raffigurazioni pittoriche perché gl'illetterati, guardandole, leggano nelle pareti quel che non sanno leggere nei libri. Tuo compito pertanto è sia serbare le pitture che dissuaderne l'adorazione: cosicché mentre gli analfabeti apprenderanno i fatti salvifici, il popolo non cadrà nell'adorazione delle immagini.

In ottobre dell’anno successivo Gregorio deve intervenire di nuovo.

Aliud est enim picturam adorare, aliud per picturae historiam quid sit adorandum addiscere. Nam quod legentibus scriptura, hoc idiotis praestat pictura cernentibus, quia in ipsa etiam ignorantes vident quid sequi debeant, in ipsa legunt qui litteras nesciunt. Unde et praecipue gentibus pro lectione pictura est (Ep. X, 13: PL 77, 1128).

Una cosa infatti è adorare le pitture, altra cosa è apprendere - tramite il racconto pittorico - l'oggetto vero da adorare. Quel che la scrittura è per chi sa leggere, la pittura lo è per lo sguardo dell’analfabeta: vi apprende il retto cammino, e vi legge quel che non sa leggere nello scritto. Cosicché pittura sta al posto di lettura, in particolare per le masse incolte.

Testo passato al Decretum Gratiani III, 3, 27 (Corpus iuris canonici, ed. Ae. Friedberg, Lipsiae 1879-81, I, 1360). «Quel che lo scritto è per il letterato, l’immagine lo è per l’analfabeta». Gregorio - questo straordinario testimone dello sfacelo delle istituzioni romane - alla vigilia dell’invasione longobarda addita i nuovi strumenti d’evangelizzazione per le masse sempre più ampie dei «simplices» e «illitterati»: la predicazione popolare e l’illustrazione visuale della storia della salvezza. «La tua ansia pastorale vigilerà a che la tua lingua si faccia libro all’illetterato» («ut, qui nescit legere, lingua vestra illi sit codex»: Ep. VII, 11: PL 77, 865). E sulla scorta dei testi surriferiti di Gregorio Magno, il manuale liturgico di Giovanni Beleth († 1182) conierà la splendida formula della semeiotica dell’analfabeta «quod est clerico littera, hoc est laico pictura»:

De ecclesiasticis officiis c. 85: «Scriptura autem laicorum in duobus consistit, in pictura et in ornamentis. Nam, ut ait Gregorius, quod est clerico littera, hoc est laico pictura» (CCM 41/A, p. 154).

La rinascita del XII e XIII secolo rilancia il libro, cui è di supporto la riorganizzazione delle scuole e università. Ma la cultura appresa e tramandata dal libro è pur sempre dell’élite clericale. I mass-media del tempo sono parola e immagine. L’evangelizzazione le assume in proprio. Parole e segni. «Verbum caro factum est»: la medesima luce della verità entra «per la finestra delle orecchie» quando la parola è ascoltata, entra «per la finestra degli occhi» quando l’immagine è contemplata, dice Gualtieri da San Vittore (fine XII s.) (vedi sotto,  MD 13 (1982) 101 n. 298). E se la parola del predicatore riempiva le piazze cittadine (ma agitava anche le masse rurali già inquiete per antiche sofferenze), il pittore istoriava le pareti delle chiese. La Parola per eccellenza, la Sacra Scrittura, alimentava la medesima «historia salutis», foss’essa raccontata dalle parole del predicatore o illustrata dalle immagini del pittore. L’estetica contemporanea ha fatto non pochi passi nell’analisi dei nessi tra funzioni diverse del sistema di comunicazione (parola, scrittura, gesto, immagine, segno...), ma ne ha anche recuperato il radicale intreccio nell’unità intenzionale del messaggio. Eugenio Marino ne studia i sottilissimi rapporti con grande erudizione per restituire la spontanea successione libro-parola-immagine che animava la cultura profana e religiosa dell’uomo medievale, e che l’atto d’evangelizzazione dei frati Predicatori assunse in forza di quell’immediata consonanza tra sé e l’auditor Verbi. Il medesimo atto d’evangelizzazione che dettava inconsueti spazi architettonici nella chiesa domenicana destinata all’annuncio della Parola, ispirava la predicazione «per picturas», i cicli d’affreschi che figuravano la storia della salvezza nelle pareti della chiesa, del chiostro, del capitolo. Leggerà, l'illetterato, nelle immagini delle pareti quanto leggere non sa nelle pagine del libro: «pictura in ecclesiis adhibetur ut hi qui litteras nesciunt, saltem in parietibus videndo legant que legere in codicibus non valent». Il capitolo generale dei domenicani, Parigi 1256, mentre esorta alla diligente celebrazione delle feste di san Domenico e san Pietro Martire, ordina che «ymagines eorum in locis congruentibus depingantur» (MOPH III, 81/12-15). L’intellettuale medievale, a dire il vero, non aveva gran difficoltà a teorizzare le elementari strutture del sistema dei segni che vedeva quotidianamente e massicciamente messe in atto nella propria società. «La scienza può sussistere nella scrittura (scientia litteralis) o senza la scrittura (scientia illitteralis). La prima è appresa tramite il libro, e tali sono le arti espresse per iscritto; la seconda è appresa non tramite il libro, e tali sono l’arte scultorea o fabrile e simili, che sono sì scienze ma non raggiunte tramite lo scritto», dice un rappresentante della cultura monastica quale Ruperto da Deutz († 1130) (De sancta Trinitate et operibus eius XL, 3: CCM 24, 2040; ma vedi molte altre testimonianze riportate dal Marino in questo e in altri saggi precedenti).

L’ondata razionalizzante della schola elaborerà vigorose trattazioni sull’organizzazione epistemologica delle scienze e delle arti (le divisiones o ortus scientiarum) in cui le arti plastiche e visive neppure compaiono. Le arti meccaniche - scienze “adulterine” perché imitanti la natura - vengono sorvolate non senza disdegno (cf. Roberto da Kilwardby, De ortu scientiarum [1250 ca.] c. 40 § 378: ed. A.G. Judy, Toronto 1976). C’è da rammaricarsene. La predicazione apostolica - certo - recuperava al popolo di Dio quanto gl’intellettuali della scuola avevano negato al sapere universitario (MD 10 (1979) 43-53; 12 (1981) 75-77). Ma quando la cultura dominante elaborava un sapere espresso e trasmesso essenzialmente tramite il libro (cultura clericalis o, al dire di Ruperto da Deutz, litteralis), le arti figurative non potevano non esser rimesse al regno dei rudes e dei simplices, di quanti cioè non avevano il privilegio d’accedere alla cultura ufficiale. La conoscenza intellettiva non è forse superiore («dignior» o «nobilior», usava dire) alla conoscenza sensitiva, proprio come l’intelletto è superiore ai sensi? La frattura sociale denuncia la frattura culturale. I sacramenti, oltre agli elementi essenziali, sono corredati dal ritus o sistema di segni:

 «è necessario infatti che gl’illetterati, i quali non apprendono a leggere e scrivere, siano istruiti tramite segni percettibili, quali immagini e altri mezzi simili».

«simplices enim, qui litteris non erudiuntur, oportet erudire per aliqua sensibilia signa, puta per picturas et aliqua huiusmodi» (Tommaso d’Aquino, Summa theol. III, 66, 10).


finis

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